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Lo stato della musica italiana oggi. Tanti talenti, ma la qualità…

novembre 18, 2008 di Redazione 

Analisi della situazione del mondo della canzone. In Italia, non mancano le individualità ma sembrano capaci di produrre solo musica (veramente) “leggera”. In questo quadro, rimane fondamentale l’apporto di figure carismatiche dei decenni scorsi, tra i quali si inserisce il giovane Capossela. di Dejanira Bada

Nella foto, Vinicio Capossela

di Dejanira BADA

“Se cambia la musica, cambieranno anche le istituzioni”: Platone. Sarà anche per questo motivo che da troppo tempo ormai si millanta di artisti e gruppi musicali che spariscono nel giro di un paio d’anni, che riescono a mala pena a pubblicare un disco perché in fondo non hanno molte cose da dire, sfornando singoli da primo posto in classifica soltanto per fare soldi, magari per comprarsi almeno una casa. A questo punto sarà colpa del vuoto insito in questa epoca malata e che fa ammalare chi ci vive da tanti anni. Sarà la mancanza di principi e valori che o non esistono più oppure sono nettamente cambiati. Eppure è strano, perché la maggior parte delle volte è proprio il disagio ad ispirare cantanti, poeti, scrittori e pittori. Ciò probabilmente può essere giustificato solo da una questione. Oggi si preferisce non fermarsi a pensare e riflettere, per non rendendosi conto dello stato attuale delle cose, perché altrimenti avremmo molti più disadattati e pazzi in giro per il nostro paese e nel mondo.

Meglio far finta di non vedere, senza soffermarsi di fronte alla verità. Tutti in fondo sono consapevoli della realtà che viviamo e che ci circonda, ma a volte è meglio non ammetterlo neanche a se stessi, per quieto sopravvivere. Ed ecco spiegato l’avvalorarsi del primato di vendite a cantanti come Gigi D’Alessio, Raf e tanti altri come loro, che in fondo non fanno niente di male nel regalare al proprio pubblico testi e componimenti leggeri, che trattano per esempio di amore e spensieratezza.

Unica freccia che si può lanciare a favore di questi gruppi musicali (colpa anche dei loro produttori), è che il senso di vacuità, di già visto e già sentito riguarda anche cantanti famosi ed affermati. Manca l’ispirazione, le note sono sette e più di tanto probabilmente non si può inventare e negli anni ’60, ’70 è già stato creato tutto quello che si poteva suonare e scrivere. Queste le uniche dichiarazioni che si sentono fare per discolparsi dalla mancanza di inventiva in ambito musicale.

Eppure pensarla così è davvero troppo disarmante e lascia seriamente senza speranze. In Italia quarant’anni fa avevamo Battisti, Patty Pravo, Mina, qualcosa di cui andare fieri, anche se, paragonati ad altri gruppi di quei tempi come Pink Floyd, The Doors, Led Zeppelin e tantissimi altri, il confronto quasi non regge, ma è anche questione di gusti. La musica internazionale ha sempre avuto un qualcosa in più, forse anche perché il nostro paese è meno aperto di mentalità, è più provinciale, bigotto, con una morale cattolica preponderante e spesso si ha a che fare con molta gente ignorante ed ottusa.

Questo stato delle cose purtroppo, non è cambiato molto, neanche agli albori del nuovo secolo. La musica ha compiuto un’evoluzione anche grazie all’avvento dell’elettronica negli anni ’80, cambiamento che si è potuto riscontrare anche nel sound di gruppi del bel paese. Gli anni ’90, merito anche della nascita del Grunge, creazione di Kurt Cobain, leader dei Nirvana, che deve molto ad un gruppo in particolare, i Sonic Youth, insieme ai Pearl Jam, ai Soundgarden, agli Alice in Chains, hanno portato una ventata di freschezza, mista a molta amarezza e a tanto disagio, che si è potuto sentire e vivere anche qui da noi.

In questi anni infatti si sono formati gruppi come gli Afterhours, i Marlene Kuntz, i primi Timoria, e solo più tardi i Verdena, che ben presto si sono accorti dei tempi che cambiavano e della situazione di malessere circostante che ha iniziato a riguardare un po’ tutti. Successivamente il nuovo secolo con i suoi famigerati anni ’00 non ha fatto altro che peggiorare condizioni già precarie di per sè.

Nell’ambito del rock qualcosa di buono, anche in Italia, si è finalmente cominciato a sentire. Il problema sta nel fatto che quello che ci rappresenta oggi all’estero per esempio, sono soltanto Eros Ramazzotti e Laura Pausini. Di Vasco Rossi ci lamentiamo tanto che non sia mai riuscito a sfondare fuori dal nostro confine, ma da una parte dovremmo dire per fortuna, perché il grande “Blasco” ha smesso di fare rock intelligente già a metà degli anni ’90, dopodiché meglio dimenticare.

Quello che si ascolta oggi e che arriva primo in classifica in Italia sono artisti come Tiziano Ferro, una bellissima voce, per carità, ma il sound che ci propina è di qualità medio bassa. Naturalmente affermiamo ciò soltanto perché quello di cui ci stiamo occupando in questo contesto è pura critica musicale. Si giunge ad una conclusione simile analizzando il livello di ricerca, di studio e di composizione che il cantante ha attuato per comporre il suo lavoro. Niente di personale.

Altro caso avvenuto in questi ultimi mesi, vicenda al quanto sconcertante, è stato dover assistere alla scalata in vetta della cantante Giusy Ferreri, addirittura paragonata ad Amy Winehouse, sacrilegio, scoperta da Simona Ventura, lanciata dal programma X Factor. Mesi e mesi al primo posto, con il risultato di sentire in giro per le strade la gente con la suoneria del cellulare “Non ti scordar mai di me”, singolo di lancio dell’appena citata artista. Il programma non l’ha vinto lei ma i Cluster di Morgan, fatto sta che chi è arrivata al primo posto è stata proprio Giusy. In America la vincitrice di X Factor è stata Leona Lewis, se permettete, una voce davvero strabiliante.

Ma non allontaniamoci dalla questione. Il dilemma è un altro. L’Italia possiede dei validi artisti, ma quello che importa (in ogni caso questo vale anche per l’estero) è far sì che una band venda i dischi e che faccia guadagnare la casa discografica. L’underground italiano sforna gruppi degni di nota, ma che riescono ad attirare solamente un’attenzione di nicchia, venendo prodotti da etichette indipendenti. Oggi chi riempie gli stadi in Italia sono i Negramaro e niente più, suonatori di un semplice e buono pop (-rock?).

Scadiamo nel banale e diciamo che il mondo è bello perché è vario, perchè non vogliamo fare gli intellettuali a tutti i costi, ma per chi ha un minimo di cultura generale oltre che musicale, non può accontentarsi di un gruppo come i Sonohra, bravi nel loro genere pop, ma che non a caso hanno seguito tra i ragazzini. Infatti, in Italia, sono ancora i vecchi reduci cantautori come Guccini, Paolo Conte, De Gregori e il giovane Vinicio Capossela che compongono musica di qualità e che tengono alto il livello del panorama musicale nazionale. Jovanotti ci prova, e tutti gli altri dietro e sotto di lui. Di fatto, ieri c’era Loretta Gocci a rappresentarci nel mondo, mentre all’estero c’erano i Deep Purple, oggi in Inghilterra ci sono i Radiohed e da noi ci sono I Dari. Pure in America e nel resto d’Europa si promuovono gruppi insulsi, ma l’Italia forse, è maestra anche in questo.

L’unica cosa che di questi tempi le persone sembrano aver assimilato un po’ dal rock è l’abbigliamento, perché è divenuto cool essere un po’ dannati, come lo è diventato acquistare l’ultimo cd dei Radiohed “In rainbows”, o andare a vedere il concerto di “Antony and the Johnsons” al Teatro degli Arcimboldi solo perché fa chic, ma chi, oggi, è veramente in grado di cogliere la vera essenza e il significato dei messaggi che questi artisti vorrebbero trasmetterci? Detto tutto questo sicuramente non si sarà arrivati alla conclusione di nulla e di certo non disponiamo di alcuna soluzione. In un ultima analisi la colpa della disarmante mancanza d’ispirazione, del senso d’inquietudine, d’ansia e preoccupazione, in fondo, abbiamo ben capito che non può che essere attribuita ai tempi moderni che stiamo vivendo, che sembrano andare sempre più verso una (in)consapevole autodistruzione. “Non ci resta che piangere” potrebbe sembrare un finale adatto, ma preferiamo dispensare un consiglio fiducioso: “Continuate a sognare e a commuovervi con la musica che più vi fa sentire vivi, qualunque essa sia…”.

Dejanira Bada

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