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Intervista all’ex Pm anticamorra Cantone: ”La connivenza è l’aspetto più grave”

novembre 18, 2008 di Redazione 

Colloquio esclusivo con il giudice napoletano, di Sara Di Francesca. Contatto de il Politico.it con l’uomo che, con Roberto Saviano, è il simbolo della lotta alla criminalità organizzata nel Casertano. Ha inferto duri colpi, al Clan dei Casalesi, che hanno quindi deciso che doveva essere fermato. Da anni vive sotto scorta, e ha dovuto così ricostruire un difficile equilibrio per la propria vita privata e la famiglia. Intervista con l’ex Pm della Procura di Napoli, in testa alle classifiche di vendita con un libro sull’anticamorra di cui, anche, vi parliamo.

Nella foto, Raffaele Cantone

di Sara DI FRANCESCA

“Solo per giustizia” è il titolo del libro di Raffaele Cantone, ex Pm della Procura della Repubblica di Napoli e magistrato al Massimario della Cassazione. Cantone ha fatto della lotta alla criminalità organizzata del Casertano quasi una ragione di vita, ne ha sviscerato i segreti più reconditi e con le sue indagini ha inferto un colpo molto duro al clan dei Casalesi che più volte hanno attentato alla sua vita. Il Giudice napoletano da anni ormai vive sotto scorta e nel suo libro, nel suo viaggio in cui s’intrecciano vicende personali con quelle della Procura di Napoli, spiega la sua vita blindata, le sue indagini e le vicende di un padre di famiglia che cerca di mantenere comunque un sano equilibrio in famiglia.

Dott. Cantone la sua vita sembra scandita da due passioni: la famiglia e il senso di giustizia. In seguito agli incarichi che lei ha assunto la sua famiglia è stata messa in pericolo. L’una quindi ha spesso condizionato l’altra, come è riuscito a coinciliare i due aspetti?
“Ovviamente l’impegno del lavoro riduce gli spazi per la famiglia. Nelle piccole cose ho dovuto sempre fare i conti con le difficoltà del mio lavoro in quanto è inevitabile portare tutti i pensieri a casa soprattutto se questi riguardano l’incolumità dei tuoi familiari”.
Lei insieme a Roberto Saviano siete il simbolo dell’anticamorra nonostante lei ora abbia assunto un altro incarico.
“Gli anni in Procura sono degli anni molto importanti per me, non si possono cancellare né archiviare come qualcosa di superato. Io ho continuato a partecipare a seminari, convegni, manifestazioni perché non volevo rompere definitavamente con quel mondo che era stato assorbente e non volevo fare a meno del background di rapporti che avevo instaurato”.
Dott. Cantone il suo libro “Solo per giustizia” è in vetta alle classifiche, perché secondo lei la gente è così interessata a conoscere a fondo questi mondi misteriosi della criminalità organizzata?
“Perché la Giustizia è vista come qualcosa di lontano. La gente in realtà vuole vedere dall’interno, come si svolgono le indagini, come si fanno le intercettazioni insomma di quel lavoro che quotidianamente svolgono gli organi di polizia e i magistrati. Con il mio libro ho voluto anche mostrare come il magistrato sia una persona normale che affronta la sua quotidianità divisa tra la famiglia e il suo lavoro. Anche in questo l’effetto Saviano è stato determinante, trainante più che altro, in quanto è riuscito a coinvolgere e ad avvicinare molta gente a dei temi che erano stati tralasciati per molto tempo, questioni e situazioni che i media non consideravano interessanti.
Mentre il libro di Saviano raccontava di storie di camorra, il mio descrive del ruolo dell’anticamorra, di tutto quello che c’è dietro agli arresti, ai processi e alle sentenze”.
Leggendo il libro mi ha molto colpito il tentativo di screditare la sua professionalità attraverso un volantino che è circolato ampiamente in Procura.
“Quella vicenda mi ha colpito tantissimo. Credo che sia un segno che mi porto ancora dietro per due motivi: primo perché ho sentito sempre l’esigenza di dover dimostrare qualcosa a qualcuno e poi sapevo che sarebbe andata avanti per tanto tempo. Quell’azione aveva delle radici ben salde e sarebbe stato difficile arrivare alla verità. Appena lo lessi ho capito che quelle parole avrebbero avuto una forte incidenza sulla mia credibilità e rispettabilità di uomo di legge ma per fortuna la verità è emersa e sono stati anche indicati i responsabili”.
Durante i suoi anni in Procura ha dovuto affrontare la spinosa questione della corruzione delle Forze Armate.
“Quando si combatte una guerra la connivenza con la criminalità è uno degli aspetti più gravi. Le spie non ti mettono nelle condizioni ottimali per svolgere il tuo lavoro e inoltre mettono in cattiva luce quegli uomini che quotidianamente mostrano il loro impegno dignitosamente, con una passione che non gli fa mai guardare l’orologio e gli fa passare le notti insonni. I carabinieri, i poliziotti, i finanzieri sono mossi dalla passione e dall’amore per la giustizia e spessono pagano per il danno inestimabile causato da un traditore”.
Si è mai sentito solo nella lotta contro la Camorra? E’ stata la lotta di Raffaele Cantone o dello Stato contro l’antistato?
“Tutto quello che ho fatto nella mia vita l’ho sempre affrontato con dignità! Per questo motivo è stata sia la lotta di Raffaele Cantone che crede nella giustizia e che si impegna nella guerra alla camorra sia quella dello Stato. In realtà non mi sono mai sentito solo in quanto sono sempre state garantite tutte le misure di sicurezza a me e alla mia famiglia, non ho mai subito restrizioni. Non ho mai provato questo senso di solitudine ma è pur vero che le decisioni importanti un magistrato le prende da solo”.
Si è mai chiesto se ne è valsa la pena mettere a repentaglio la sua vita, quella della sua famiglia, fare importati rinunce insomma sacrificare la sua libertà?
“Ne è valsa la pena perché ho saputo trovare un giusto equilibrio tra la vita privata e il mio lavoro che prepotentemente ne ha fatto irruzione. Ho imparato a considerare i ragazzi della scorta parte del mio vissuto quotidiano, parte della mia famiglia alla quale hanno sempre garantito la sicurezza e soprattutto la privacy”.

Sara Di Francesca

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