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Da “Il mostro di Dusseldorf” a “Mabuse”, Fritz Lang, che va oltre l’espressionismo

novembre 7, 2008 di Redazione 

Dedichiamo (altro) spazio al cinema. Abbiamo scelto di raccontare i film e la poetica di un regista tedesco autore di pellicole straordinarie (M – Il mostro di Dusseldorf, Dietro la porta chiusa, Il diabolico dottor Mabuse, oltre a Metropolis, primo capolavoro della fantascienza), che si è ritagliato un posto di diritto nella storia della settima arte. Ce ne parla Valentina Di Nino.

A lato, un’immagine di “Metropolis”

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di Valentina DI NINO

A chi non ha mai visto un film di Fritz Lang, basterebbe suggerire la visione del suo capolavoro assoluto, “Metropolis”, una pellicola del 1926, classica perchè senza tempo, visionaria (per l’epoca) e attualissima, sia nei contenuti sia nell’estetica, per far capire la grandezza del regista tedesco di origina austriaca.

Il giovane Fritz Lang frequenta il Politecnico, poi l’Accademia di Belle Arti a Vienna. Viaggia molto per l’Europa guadagnandosi da vivere come pittore ambulante ma, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, è arruolato e come molti della sua generazione conosce l’ esperienza della battaglia. Di quegli anni sono i primi tentativi nella scrittura cinematografica e dietro la macchina da presa.

Il suo primo film stilisticamente maturo risale al 1921, si tratta di “Destino”, una pellicola che si colloca perfettamente nei fermenti dell’avanguardia espressionista che coinvolge la migliore intellettualità della Germania di Weimar. Dal punto di vista formale è chiaro già in questo film il tentativo di sostituire al freddo approccio oggettivo agli eventi quello piu’ profondo, soggettivo, che porta alla scelta di un’estetica esasperata, una descrizione della realtà spesso deformata, con un uso estremista del contrasto luce-ombra, per provocare l’emotività piu’ profonda del pubblico. E anche dal punto di vista del contenuto troviamo già in “Destino” uno dei temi piu’ cari a Fritz Lang e agli espressionisti tutti, condizionati fortemente dalle nuove possibilità esplorative proposte dalla psicanalisi: l’indagine del subconscio, il sogno, l’incubo. L’ idea è quella di trasfigurare nel sogno le paure piu’ profonde: è nel sogno che la protagonista cerca di savare la vita al suo amante, inutilmente. Ed ecco qui anche un’altra idea cardine della poetica di Fritz Lang: l’agire dell’uomo è del tutto inutile, perchè esso appare sempre dominato da una potenza superiore che lo trascende.

Il film successivo, “Il dottor Mabuse”, del 1922, aggiunge alle riflessioni esistenziali, il sentimento di un’angoscia sociale strisciante nella Germania dell’epoca. Il dottor Mabuse è l’incarnazione del male, una figura diabolica che dissemina l’odio e la paura per poi offrirsi come unica salvezza di fronte al caos che lui stesso ha creato. Il film coglie in pieno le allarmanti pulsioni della psiche collettiva della Repubblica di Weimar che porteranno la società tedesca alla deriva nazista.

Nel 1926 la sensibilità profetica del regista tedesco crea il suo capolavoro, “Metropolis”, il primo film della storia tutelato dall’Unesco, inserito nel registro “Memory of the world”, istituito nel 1992 per preservare la memoria documentale dell’umanità. Il primo film di fantascenza, parla della vita alienante in una città ipermoderna, modellata sulla New York dell’epoca. Alla sommità della scala sociale un classe di ricchi padroni abita la parte alta della città, tutta luce e comodità. In fondo alla società una classe di individui supersfruttati abita la parte bassa, buia e sporca della città. Ma arriva il giorno della ribellione: la furia proletaria coinvolgerà tutto: macchine, case, figli dei ricchi. Il finale sarà conciliatorio ma l’allarme lanciato nel film contro i pericoli dello sfruttamento e delle diseguaglianze sociali è significativo e ancora una volta dimostra la grande sensibilità del regista in grado di capire e addirittura anticipare le istanze sociali piu’ urgenti.

Sensibilità confermata nel suo primo film sonoro, “M, il mostro di Dusseldorf”, del 1931: l’idea del film – il caso psichiatrico di Franz Beker, schizofrenico e assassino di bambine – riassume in sé, ancora una volta, tratti della labile psicologia di massa della Germania del tempo e scoperchia quella pulsione distruttiva, pronta a scaricarsi sui più deboli, che trova nel nazismo una perfetta valvola di sfogo istituzionalizzata. Per questo la pellicola fu osteggiata dal regime instaurato nel ’33 e Fritz Lang, fiutando il pericolo, abbandono’ la Germania rifugiandosi prima in Francia e poi in America dove continuerà a lavorare fino alla sua morte, nel 1976. Ma il suo nome rimarrà sempre legato al movimento espressionista e alla lunga notte della ragione nella Germania degli anni tra le due guerre i cui deliri e incubi sono perfettamente riflessi nei suoi film.

Valentina Di Nino

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