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Dedichiamo l’apertura al teatro: “Ritter, Dene, Voss” di Thomas Bernhard

novembre 4, 2008 di Redazione 

Più tardi torneremo sulle elezioni americane (rimandandovi per il momento agli approfondimenti nella Politica). Intanto inauguriamo la rubrica teatrale e andiamo, con l’aiuto del bravissimo Federico Betta, a scoprire la messa in scena del testo del drammaturgo austriaco che è stato riproposto al Teatro India, a Roma, a partire dal 21 ottobre scorso. E’ un piacere leggere le recensioni di Betta, che comincia, con questo lavoro, la sua collaborazione con il Politico.it

Nella foto, Thomas Bernhard

di Federico BETTA

Ritter, Dene, Voss

di Thomas Bernhard
traduzione Eugenio Bernardi
regia Piero Maccarinelli
con Massimo Popolizio, Maria Paiato, Manuela Mandracchia

Piero Maccarinelli torna alla messa in scena di un testo di Thomas Bernhard, dopo il successo della scorsa stagione, con Ritter, Dene, Voss, che, prodotto dal Teatro di Roma, è stato riproposto al Teatro India a partire dal 21 ottobre del 2008.
Un testo difficile, in un ambiente unico, la sala da pranzo della casa di famiglia, un gioco al massacro tra i tre figli dell’industriale Worringer.
La scena si presenta da subito contraddittoria, lineare e barocca, in una spazio racchiuso da pareti spaccate in angoli e spigoli, ricoperte da carta da parati in bianco e nero, un tavolo con sedie, due madie, una pendola e troneggianti ritratti a olio degli avi di famiglia. Uno spazio come una cella dai contorni distorti, tipica location degli scritti di Bernhard, un luogo incastrato nel tempo, un ‘inferno Worringer’ come lo chiama il fratello maggiore, il grande filosofo, recuperato dallo Steinhof, estirpato dalla casa di cura per malati mentali, per tornare a casa tra le sorelle. Tornare tra gli affetti, i ricordi, le tenerezze. Ma questo è forse il nucleo del testo: che cos’è la propria casa? Dov’è il posto in cui noi ci sentiamo veramente casa?
In un feroce ribaltamento delle parti, in un rimando continuo a quello che è stato e quello che potrebbe essere, nella forzata ricaduta nella propria condizione, il gioco grottesco, tragicomico, sempre surreale di un vischioso rapporto fraterno, non trova pace, non si placa su fatti acquisiti e sentimenti pacificanti. “Tre personaggi al limite della follia, tre variazioni sul tema dell’individuo moderno minacciato nella sua singolarità e nel proprio rapporto con il mondo”, commenta il regista, ci immergono nella condizione di un tempo privo di vie di scampo. Una continua fuga dall’infelicità, movente unico dell’esistenza, e inesorabilmente fallita, nell’arroventarsi delle stesse discussioni, nella falsa tranquillità di una colazione ripetuta uguale per trent’anni.
Ma il testo non si ferma alla riflessione esistenziale, ma si apre, tra le parole ridicolizzate dalle interpretazioni sopra le righe di Massimo Popolizio, Maria Paiato e Manuela Mandracchia, ai temi cari all’autore: chi decide per noi? Qual è la nostra libertà? Come muoverci di fronte ai poteri dell’accademia, dell’alta cultura, dei detentori della morale, della giustizia e della verità?
E allora, di monologo in monologo, Ludvig, contro la sorella che lo vuole bambino infligge parole come stilettate, armi affilate ad uso di menti critiche, contro il potere di sopraffazione di genitori, medici, arcivescovi e specialisti d’ogni genere, che esautorano la libertà delle persone, arrogandosi il diritto esclusivo al dire e al fare.
Bernhard è stato un frequentatore delle filosofie continentali, soprattutto quelle tedesche di Nietzsche, Kirkegaard e Schopenauer, e i suoi personaggi sono sempre a confronto coi loro sistemi e la frantumazione degli stessi, nelle poco rassicuranti esperienze quotidiane. La filosofia è materia per il pensiero, per la costruzione intellettuale, ma poi ci ritroviamo coi nostri corpi, con la nostra condizione di individui soli e tutto si infrange. E anche a questo punto, “nel momento in cui non si ha niente da dire e ci sarebbe tutto da dire” Bernhard torna al tema del potere. Il pensiero, se rimane invischiato nei gangli della logica formale, nella chiusura di un sistema perfetto, non è altro che violenza e imposizione. Sopraffazione, che solo la vita, con le sue mille sfaccettature, può mettere in crisi. Ed è a quel punto che Ludvig, il fratello maggiore, che come i pazzi di Nietzsche e i ciechi della tragedia parla una lingua che pochi comprendono e i più giudicano delirio, rovescia la tavola frantumando le ricche stoviglie di boemia, in un impeto di follia, che non è altro che “un esercizio, per cercare ancora una volta il senso della vita”.
La regia è asciutta, studiata su direttrici di movimento lungo il palco, da una parte all’altra della grande tavola centrale. Tutto attorno a uno spiraglio di fuga, sulla parete di fondo, una porta dalle ante battenti che tornano sempre su se stesse, a rimandare indietro chi cerca di scappare, in un movimento che lascia uno strascico, ante che traballano davanti a noi prima di chiudersi, come ogni azione con le sue conseguenze.

Federico Betta

Commenti

One Response to “Dedichiamo l’apertura al teatro: “Ritter, Dene, Voss” di Thomas Bernhard”

  1. johnny on dicembre 30th, 2008 18.52

    Thanks for good post

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