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Cosa ha cambiato come le previsioni di voto nella corsa tra Obama e McCain

ottobre 31, 2008 di Redazione 

Analizziamo l’andamento del confronto a distanza tra il repubblicano e il democratico attraverso i sondaggi. Come l’elettorato ha recepito i vari passaggi della campagna elettorale. Quali sono state le mosse che hanno avvantaggiato chi. Lo scopriamo in quest’analisi di Luca Lena.

di Luca LENA

Secondo Real Clear Politics, che pratica una media tra la totalità dei sondaggi, Barack Obama conserva un vantaggio di circa sei punti sullo sfidante George McCain. Una differenza che, a cinque giorni dal voto, assicura una certa tranquillità in casa democratica. Eppure, un po’ per scaramanzia e in virtù dell’imprevedibilità delle proiezioni di voto, Obama non si fida e preferisce rimanere coi piedi per terra. In effetti, confronto politico a parte, l’instabile consistenza dei sondaggi conferisce un alone di mistero alle elezioni del 4 novembre.
Per quanto il partito democratico risulti in vantaggio – così come lo è stato in gran parte sin dai primi di giugno – bisogna valutare le ipotesi sondaggistiche anche in rapporto alle esigenze di campagna elettorale. E’ indubbio, infatti, che qualsiasi proiezione di voto rappresenti causa e conseguenza di se stessa. Dal punto di vista mediatico è sempre più utile eccedere nei numeri in proprio favore e vedersi smentiti il giorno delle elezioni, piuttosto che rendere pubbliche infauste previsioni assecondando il voto dell’elettorato. La fiducia genera fiducia, e poco importa se il calcolo sia fondato su una menzogna in origine.
Ma oltre alle persuasive stime al rialzo di ogni candidato, nel corso degli ultimi mesi la campagna elettorale ha scatenato un vero e proprio uragano di dichiarazioni, promesse, accuse e colpi di scena che hanno fatto oscillare le preferenze dell’elettorato. Già prima della vittoria alle primarie il leader democratico deteneva un vantaggio di due punti su George McCain. Ma la campagna elettorale era ancora agli inizi e le previsioni di voto rappresentavano una logica conseguenza delle rispettive battaglie di partito. Per McCain era stato più agevole emergere all’interno dei repubblicani, mentre per Obama, il duro testa a testa con Hillary Clinton ha finito per renderlo più forte e sempre più popolare. Una situazione che ha trainato su di sé l’attenzione globale, oscurando McCain fino alla Convention di partito dei primi di settembre. Ed è in questo periodo che le differenze tra i due contendenti si traducono in sconvolgimenti nelle preferenze di voto.

Con la presentazione del vice di Obama, Joe Biden, il partito democratico incrementa il vantaggio su McCain di quattro punti, apportando un distacco convincente in una situazione di quasi parità che si trascinava da marzo. Ma è una settimana dopo che assistiamo al primo vero colpo di scena, quando alla Convention repubblicana McCain annuncia Sarah Palin a rappresentare la vicepresidenza. Uno sconvolgimento mediatico non solo perché si tratta della prima donna a ricoprire l’incarico nel partito repubblicano, ma soprattutto per il suo carattere ferreo e deciso che rinvigorisce gli animi all’interno del GOP. Se Joe Biden rappresenta una spalla al fianco della novità Obama, Sarah Palin diventa in breve la vera e propria arma su cui puntare gli obiettivi dei repubblicani. Ed, infatti, i risultati in termini di voto non si fanno attendere: nelle due settimane successive alla presentazione della Palin, i repubblicani recuperano l’intero svantaggio, riuscendo a sopravanzare Obama di 2,5 punti.
Ma come ogni arma eccessivamente affilata, l’efficacia verso il nemico si traduce anche in maggior rischio verso se stessi. E la capacità di affabulare le platee da parte della candidata alla vicepresidenza, diviene ben presto una situazione da addomesticare nei toni troppo vicini ad una visione conservatrice della politica. McCain, sapendo bene di doversi smarcare dall’attuale governo, si ritrova ben presto a riporre l’arma Palin, nel tentativo di affrancarsi dalla politica repubblicana di Bush.
E proprio con questa strategia, improntata sul denigrare l’avversario e sulle critiche spesso incoerenti verso il presidente in carica, McCain affronta il primo duello televisivo, andato in onda il 26 settembre. Prima del confronto Obama aveva già recuperato lo svantaggio grazie all’esaurimento dell’effetto Palin, ma è con il dibattito in tv che il leader democratico compie il primo vero allungo di tutta la campagna elettorale. Un confronto che prevede argomenti di politica estera, sicurezza ed economia e che, a livello visivo, slancia l’immagine dei candidati nella dimensione estetica altrettanto decisiva nell’inclinazione delle preferenze. Più sciolto, giovane e convincente, Obama raccoglie consensi ovunque e viene a malapena scalfito dall’attacco di essere troppo inesperto e di non sapere cosa significhi affrontare una guerra. E’ sulla crisi economica che McCain si trova a traballare, incapace di offrire una convincente alternativa alle politiche liberali del proprio partito, pur ribadendo la propria estraneità alle politiche del governo Bush.
Al termine del duello il leader democratico raggiunge un vantaggio nelle preferenze intorno ai cinque punti, fino al secondo confronto televisivo dell’8 ottobre. Anche stavolta McCain si preoccupa di criticare l’avversario piuttosto che distinguersi con proposte innovative, preso nella morsa tra il rinnegare l’operato di Bush e l’edulcorare la grinta di Sarah Palin, troppo in linea con le criticate teorie del governo in carica. La coperta di McCain appare troppo corta e, nel riuscire a destreggiarsi tra equilibri precari, lascia a Obama il compito di mantenere un contegno e una lucidità sufficienti a rimarcare la propria posizione.
Prima del terzo ed ultimo confronto televisivo, McCain paga un ritardo di quasi sette punti. A quel punto, conscio di dover giocare tutte le carte a disposizione, il leader repubblicano tenta in tutti i modi di criticare la visione socialista di Obama, accusandolo di voler ridistribuire la ricchezza. Per fare tutto ciò prende ad esempio un lavoratore della “middle class”, che poi diventerà famoso come “Joe l’idraulico”, il quale in passato avrebbe criticato l’ideologia di Obama in quanto vedrebbe sperperarsi tutta la ricchezza guadagnata in anni di lavoro. Ed il confronto televisivo porta i due candidati a rispondere direttamente in camera immaginando di parlare con il rappresentante involontario della categoria dei lavoratori. Ma nonostante le accuse di McCain, Obama sa divincolarsi con sicurezza, ricordando di non voler aumentare le tasse alle classi più povere e di voler garantire maggiore assistenza sanitaria. Secondo i sondaggi McCain riesce a guadagnare due punti con l’ultimo duello televisivo, che però non sembrano sufficienti a recuperare l’intero divario che ancora li separa.
A complicare la situazione per il leader repubblicano sono le dichiarazioni dell’ex segretario di stato Colin Powell, il quale si dichiara in linea con la politica di Obama. Un’affermazione che costerà a McCain altri due punti che solo in parte verranno recuperati il 24 ottobre nell’ennesimo tentativo si smarcarsi dall’operato di Bush.
E intanto, ieri sera, forte del vantaggio su McCain, il leader democratico ha scelto di svelare l’ultima mossa di partito, mandando in onda uno spot di circa mezz’ora su sette canali televisivi.
A questo punto la situazione sembra pendere sempre più verso Obama, ammesso che nei sondaggi vi sia una corrispondenza diretta con la reale propensione al voto degli elettori. Solo tra qualche giorno vedremo mutare in voto le percezioni globali di preferenza degli americani, per scoprire non solo chi siederà alla Casa Bianca, ma anche quale valenza assume un’ipotesi sondaggistica in un paese immenso e ricco di contraddizioni come gli Usa.

Luca Lena

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