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Quel mondo di dentro. Appunti sulle carceri italiane

ottobre 28, 2008 di Redazione 

Come si vive nei nostri penitenziari. Quali sono i problemi reali. Se il sovraffollamento è solo uno tra tanti. Con questo spaccato (ad un tempo bellissimo e doloroso) del mondo, ‘di dentro’, delle carceri del nostro Paese, Luciana Mastrorosa, esperta di problemi penitenziari e di esecuzione penale, comincia la sua collaborazione con il Politico.it.

Nella foto, attraverso le sbarre

di LUCIANA MASTROROSA

Il carcere è odore di minestrone e di detersivo per pavimenti, di vernice fresca sul ferro vecchio delle sbarre, di panni umidi che asciugano nelle celle senza sole e senza aria. Di frutta che va a male e fondi di caffè.
Il carcere è rumore di chiavi e cancelli che si chiudono dietro di te e si aprono davanti a te. E’ l’eco delle voci nei corridoi lunghi, è il suono distorto di radio con le pile scariche, di risate isolate e inquietanti e di qualche singhiozzo silenzioso.
Eppure attraverso tutto questo ogni giorno senza farci caso, senza sentire più odori né rumori, senza notare mai nulla di diverso o straordinario.
Eppure il carcere, con quei muri sberciati e quelle brande celesti, ogni giorno ospita un’umanità pulsante di noia, di pensieri neri, di speranze e di sordo dolore. Qui è possibile conoscere personaggi dalle vite bitorzolute di stranezze…stranezze per gli altri “di fuori” perchè qui “dentro” più nulla stupisce. E’ così che la mattina entro nel “mondo di dentro”, varco il limite tra mondo libero e quello dei reclusi. E apro gli occhi su mali che “fuori” nemmeno esistono.
Da anni si dibatte del problema del sovraffollamento delle carceri, ma gli addetti ai lavori sanno bene che quello non è che uno dei problemi, e nemmeno il più importante, che affligge il sistema penitenziario italiano.
I problemi del carcere e dei detenuti passano attraverso questioni di vita quotidiana che “da fuori” nemmeno si possono concepire. E’ un problema non riuscire a comunicare con i familiari perché funziona male la linea telefonica; è un problema non riuscire ad ottenere una visita medica adeguata in tempi ragionevoli, e quando ottenuta, non riuscire ad ottenere i farmaci. L’interferone, ad esempio, indispensabile nel trattamento delle epatiti e delle cirrosi epatiche gravi, è nelle farmacie di pochissimi istituti penitenziari, e molto spesso, i malati non possono essere in nessun modo curati sino a quando non si dispone il trasferimento in carceri più attrezzati.
Ancora, i sani dovrebbero essere divisi dai malati, i tossici dai non tossici, i “neofiti” dagli “abituè”, ma non si può fare, e non solo per i noti problemi di spazio ma anche, e soprattutto, perchè in molti istituti non c’è tempo e personale idoneo per operare le adeguate selezioni delle tipologie.
Ho volutamente lasciato per ultimo il problema del lavoro intramurario e dell’impiego del tempo da parte dei detenuti. Trascorrere in modo utile e dignitoso il tempo è la maggiore preoccupazione della popolazione penitenziaria. Il lavoro disponibile, intendo quello retribuito e non, è scarso e viene distribuito tra i detenuti a rotazione di tre mesi circa, in base a criteri prevalentemente premiali. Molti però restano fermi, inutili a se stessi e alla società. Restano seduti sulle brande, ad ascoltare canzoni di malavita che li fanno sentire più a casa, gli danno un qualche senso di appartenenza al gruppo dei deviati. E questo li rende, se possibile, ancora più arrabbiati e depressi. I corsi professionali o scolastici tout – court sono anch’essi scarsi e destinati a pochi…. e le famiglie fuori, come sempre, restano sole.
Li ascolto questi mali, li leggo nelle pieghe delle loro facce rugose di noia e di barba incolta. Li sento nelle lettere delle mogli e dei figli che mi fanno leggere un po’ vergognosi durante i colloqui; li annuso nell’odore forte e incancellabile della biancheria tenuta chiusa nei borsoni.
Poi mi chiudo il pesante portone alle spalle e sono di nuovo nel “mondo di fuori”, con ancora negli occhi e nel naso quello abnorme e mostruoso “di dentro”.

LUCIANA MASTROROSA

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