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Come va la corsa alla Casa Bianca. Lo abbiamo chiesto alla storia

ottobre 27, 2008 di Redazione 

Comincia la marcia di avvicinamento al 4 novembre. Studio sulle tendenze storiche delle elezioni americane. Come si è sviluppato, dal 1860 ad oggi, il confronto tra repubblicani e democratici a seconda di cosa. Abbiamo preso le stesse condizioni di partenza di oggi e abbiamo scoperto che…

Nella foto, “faccia a faccia” tra John McCain e Barack Obama

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di Luca LENA

Con le elezioni per la presidenza americana alle porte, la sfida a distanza tra Barack Obama e George McCain assume connotati che spesso esulano da contenuti prettamente politici. La volontà di innescare nella mente dell’elettore un’impressione innovativa si forgia sulla totale padronanza dialettica del candidato che, per risultare maggiormente persuasivo, deve conoscere a fondo le reali esigenze del popolo. Ed è su questo aspetto, e su variabili più o meno astratte, che il corso della storia è stato attraversato da campagne elettorali dissimili per certi versi ma accomunate da caratteristiche di fondo.
Per una panoramica completa delle elezioni americane è utile andare a valutare ciò che ha determinato la prevedibilità o meno dei loro esiti. Per far questo non bisogna dimenticare il criterio di votazione basato non sulla somma di consensi a livello nazionale ma sull’assegnazione diretta di ogni federazione. E proprio la possibilità di effettuare la compagna elettorale in ciascuno Stato non si traduce in una specifica circoscrizione delle promesse politiche, ma piuttosto nella ripetizione a livello locale del progetto nazionale di partito. E’ in questa vicinanza con il popolo votante che la campagna elettorale spinge con maggior vigore verso una persuasione di massa che fondi il voto degli elettori su una percezione idealistica del candidato, invece che su meriti o capacità reali. Quest’ultimo aspetto, distinguibile in qualsiasi altro paese, si manifesta soprattutto negli States, dove è quasi sempre mancata una “fisiologica” alternanza dei poli al governo.

Scorrendo le campagne elettorali che hanno attraversato la storia americana, dalla guerra di secessione ad oggi si sono avvicendati diciannove presidenti repubblicani e nove democratici. Un vantaggio in favore del “Grand Old Party” che riflette in maniera incontestabile la mentalità politica della maggior parte degli americani, a prescindere dall’epoca e dal contesto storico.
I repubblicani sono riusciti a governare il paese per una striscia di ventiquattro anni consecutivi, interrotta solo nel 1885 dal democratico Cleveland. In seguito hanno prolungato il governo per più di dieci anni consecutivi in ulteriori tre circostanze, mentre ai democratici è capitato in una sola occasione, con i quattro mandati di Franklin Delano Roosevelt e i successivi due di Harry Truman.

Negli ultimi anni la situazione non è cambiata poi molto. Anche in considerazione di questi aspetti statistici si affronta l’attuale campagna elettorale, che però deve tener conto di altre caratteristiche estranee alla maggior parte delle elezioni passate.
Innanzitutto Obama e McCain si sfidano per subentrare al termine di una presidenza non più rinnovabile, in virtù dell’emendamento del 1951 che limita a due i mandati presidenziali. Inoltre i due candidati non hanno mai ricoperto alcun incarico all’interno di precedenti amministrazioni governative; situazione piuttosto rara nella storia politica del paese. La più recente risale al 1953 quando Dwight Eisenhower, candidato repubblicano, ebbe la meglio sul rivale democratico Adlai Stevenson II. Si usciva dalla gestione del democratico Truman, il quale dovette affrontare in Congresso la pressante persecuzione contro i comunisti da parte di esponenti repubblicani, che fomentarono un clima di psicosi, in seguito determinante per la vittoria di Eisenhower.
Ciò che sorprende, se analizziamo analoghe sfide tra contendenti alla prima esperienza governativa, è la sistematica vittoria di un partito diverso da quello della presidenza uscente. Oltre al già citato repubblicano Eisenhower, che subentrò all’amministrazione democratica Truman, si devono ricordare i successi di Warren Harding (repubblicano) su James Cox (democratico) nel 1921, dopo il governo del democratico Woodrow Wilson. E il successo di William Mckinley (repubblicano) su William J. Bryan (democratico) nel 1897, al termine del secondo mandato democratico di Cleveland.
In tutti questi casi si è trattato di veri e propri trionfi, con distacchi percentuali abissali. Eccetto nel 1885 quando lo stesso Stephen Grover Cleveland, alla prima candidatura, ottenne la presidenza per un soffio, a scapito di B. James, che non seppe prolungare la gestione repubblicana del predecessore Chester Arthur.

Per quanto appaia fondamentale l’influenza del presidente uscente, subentrano aspetti a livello sociologico e psicologico che spiegano l’apparente inconciliabilità tra la fine di un governo apprezzato dall’opinione collettiva e la netta volontà di cambiamento politico in quello successivo. Considerando, ad esempio, l’endorsement – ovvero le indicazioni pubbliche di voto -, che nel 1921 appoggiarono invano il democratico Cox sulla scia del predecessore Wilson, si possono intravedere una serie di aspetti teorici che nella mente del popolo votante divengono più significativi di fatti concreti.
Disorienta, infatti, la facilità con cui si sia liquidata l’amministrazione democratica durante il difficile periodo storico della prima guerra mondiale; una prova che la scelta elettorale non sia incentrata unicamente sulla gestione del paese, ma che questioni endogene incidano, a livello emotivo, in maniera pervasiva.
Contesto storico e presidenza si accavallano, finendo per sovrapporsi in un’unica visione degli eventi. Ciò che traduce in buon governo il giudizio dei cittadini non sembra essere la capacità di gestire una vicenda intricata a priori, quanto la casualità di veder coincidere un mandato con un periodo storico relativamente sgravato da questioni politiche complesse. In caso contrario, agli occhi dell’opinione pubblica, si verifica una sorta di immedesimazione tra l’inevitabile vicenda storica e la presidenza che se ne deve far carico.

Se invece gli sfidanti non risultano essere estranei a precedenti incarichi governativi diviene di centrale importanza l’influenza del presidente a fine mandato, fin quasi a trascurare il già lieve desiderio di alternanza politica degli americani. Come dimostra l’amministrazione Reagan che, pur risultando controversa sotto alcuni aspetti, riuscì a incrementare l’economia del paese e il conseguente benessere percepito. Fu soprattutto grazie al ruolo di vicepresidente durante questa governance che George Bush Senior fu capace di conquistare la Casa Bianca ai danni del candidato democratico Michael Dukakis nel 1988. La stessa cosa, invece, non riuscì al pari ruolo della gestione Clinton, Al Gore, che alle presidenziali del 2000 venne sconfitto di misura da George Bush Junior per quanto avesse ottenuto la maggioranza dei voti espressi, e non senza uno strascico di polemiche legate al conteggio delle schede in Florida.

Eppure, nella valutazione complessiva delle inclinazioni elettorali, solo una variabile sembra vacillare meno delle altre: l’economia. In quasi tutte le occasioni la situazione monetaria del paese sembra aver inciso molto più della filosofia politica e delle ragioni sociali.
Dal fallito tentativo di Cleveland nel 1897 di rinnovare il proprio mandato con l’economia a picco da anni, alla crisi del 1929 che portò Roosevelt a calpestare, per quattro mandati consecutivi, le ceneri del repubblicano Hoover, schiacciato dal macigno borsistico nell’anno della sua elezione. Passando per i primi anni ottanta, periodo di una nuova recessione economica sotto l’amministrazione Carter, che lasceranno Ronald Reagan alla Casa Bianca fino al 1989.

Considerando dunque il rapporto con le precedenti campagne elettorali e le scelte politiche che hanno deciso le votazioni, il vantaggio di Barack Obama su George McCain appare evidente. Non solo perché si affranca in maniera convincente dalla disastrosa gestione di George Bush, ma anche perché coincide con un periodo di profondo disagio economico e sociale che può essere facilmente accostato alla visione più liberista sostenuta dall’avversario. Inoltre non è da sottovalutare l’effetto novità, che potrebbe portare alla Casa Bianca un presidente nero. Almeno in quest’ultimo aspetto non ci sono statistiche e confronti con cui tentare una previsione.

Luca Lena

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