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Musica, colloquio di una scrittrice con il Maestro Irma Ravinale

ottobre 19, 2008 di Redazione 

Ha una casa accogliente, il Maestro Ravinale, un luogo calmo e ordinato dove i rumori della capitale quasi non penetrano. Parliamo di musica, di Donne e Musica vorrei, com’è ovvio, lei che è stata la prima donna ad emergere nel mondo dei conservatori italiani e che ho conosciuto attraverso l’associazione Adkins Chiti di cui fa parte del Comitato d’onore internazionale. Già insegnante, Direttore di ruolo del conservatorio “San Pietro a Majella” di Napoli e del Santa Cecilia, oggi accademico effettivo dell’Accademia di Santa Cecilia, autrice di opere sinfoniche, da camera e teatrali. “Cos’é la musica per lei?” Mi chiede, e mi sento sotto esame, le espongo il problema: Roma è piena di scuole di musica, di insegnati di ballo e professioni affini che dopo un provino e un paio d’anni di studi promettono una carriera. “Forse come buoni dilettanti” mi dice con un sorriso indulgente.

Pensa ai suoi ragazzi, quelli che studiano più di dieci anni, che iniziano ad approcciarsi allo strumento verso i quattro anni, tranne i fiati, ovvio, per quelli i bambini devono attendere che l’apparato respiratorio sia sviluppato a sufficienza.

“Ma allora, il talento?” chiedo, “Il talento è essenziale, ci si nasce, ma non ci si improvvisa cantanti o ballerini o musicisti a quindici, sedici anni. È tardi”, mi spiega.

Ovviamente la composizione può esserci in senso istintivo; mi racconta un po’ reticente che a sei anni, quando ‘rubava’ lezioni di pianoforte dalla sua vicina di casa, cercava di riempire le parti che lei non sapeva suonare con parti create da lei ‘sullo stile di’… ma, si affretta a dire “guardi che si capiva bene che erano miei, però è stato così che qualcuno che mi ascoltava si accorse che c’era un talento per la composizione”. Talento certo ben indirizzato da grandi maestri come Goffredo Petrassi, Nadia Boulanger a Parigi e Karlheinz Stochausen a Colonia, ma ancora lei continua a studiare e lo dice con una passione contagiosa.

“E la musica di consumo?” Le chiedo, e sui suoi occhi verdi cala un ombra, perché, spiega, sembra che ci sia più movimento politico che arte dietro le canzoni ascoltate in giro, e soprattutto poco studio. Più volontà di lanciare un’idea che non di creare.

Il Maestro Ravinale mi spiega la musica come la costruzione di un brillante architetto, racconta con naturalezza di calcoli complessi e immani sforzi di costruzione, guidati da una passione sconfinata che fa sì che l’impegno non pesi tanto da sentirsene schiacciati.

Come la scala in musica, al pianoforte, occorre conoscere tecnica prima, e poi l’espressività dei vari Maestri, imparare a fare le scale nello ‘stile di’, non serve a niente se prima non si sanno fare le scale. In seguito tecnica ed espressività si coniugano insieme.

Ricorda con piacere i suoi alunni, tutti, tra i quali, occasionalmente, uno che conosco anch’io, un certo Fabrizio De André che prendeva l’aereo da Genova per fare lezione con lei a Roma. Lo ricorda come uno studente umile, un po’ insicuro forse, e che rimase alquanto sgomento quando le fece sentire Bocca di Rosa e lei lo rassicurò, era perfetta così com’era.

Comunque per gli alunni si preoccupa spesso, e per loro occasionalmente indossa i panni del mentore. Severa come ogni artista che riconosca il valore della sua arte racconta che spesso invitava gli alunni a ritentare nella sua classe dopo qualche anno, serenamente racconta che chiunque sia tornato ha trovato la pausa estremamente utile per la propria maturazione personale.

Si accende di nuovo quando le chiedo delle compositrici dell’antichità e di come lei si sia trovata a essere donna e compositrice, due realtà inconciliabili fino al secolo scorso; nell’antichità una donna che doveva darsi all’arte era costetta a chiudersi in convento, e accadeva che le monache che componevano venissero murate vive, la voce vibra più alta e gli occhi luccicano nella semioscurità che intanto si è fatta strada, aiutata dalle tende pesanti che impediscono all’ultima luce del pomeriggio di illuminare la nostra conversazione. Ma per quanto riguarda lei, mi dice, in un mondo maschile, non è che poi si sia trovata male, o almeno non di fronte a difficoltà insormontabili; credo però le piacciano molto le sfide.

La musica non funziona per titoli, ma per saper fare; le chiedo se il mondo del conservatorio sia d’élite, visti i costi non certo alla portata di tutti dei corsi di musica e delle varie scuole di artisti. Mi spiega sorridendo che fino a pochi anni fa sostenere un esame al Santa Cecilia costava 300 lire. Poi sono finiti i moduli. Si vendono dunque sogni a prezzi molto alti.

“Ma lei quando lavora? Per comporre intendo…”, risponde con naturalezza “Come un impiegato, al mattino, al pomeriggio, anche la notte se occorre. Per far maturare un pensiero a volte ci vuole molto tempo, ma non è mai tempo sprecato”.

Le faccio una domanda un po’ cinematografica, ripenso al Film Blu di Kieslowski e le chiedo se i grandi compositori hanno bisogno di qualcuno che riveda gli spartiti, che li arrangi, che ci facciano un po’ di editing sopra, insomma. Ancora una volta mi rigira la domanda “Ma non crede che se avessero bisogno di questo non sarebbero nemmeno compositori?” e confessa di non aver mai aiutato in questo i suoi studenti, il compositore, l’artista, lavora solo. Altrimenti non lavora. “Forse qualcuno che ne ha bisogno lo fa, ma non credo qualcuno che abbia studiato composizione al conservatorio”.

Una visione dell’arte nel termine del sacrificio, dunque? Ma lei scuote la testa, sa che l’arte vale qualcosa di diverso dal sacrificio, semplicemente, la vita intera.

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